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Transformers: La Vendetta Del Caduto

⊆ Giugno 24th, 2009 by Paolo | ˜ No Comments »

Visto ieri sera in anteprima, Transformers: La Vendetta Del Caduto ha dentro tutto quello che c’era nel primo film, moltiplicato per 10. Un sequel che non aggiunge niente ma si limita ad esagerare tutti gli elementi che avevano caratterizzato il primo episodio. Vediamoli nel dettaglio.

  • Robots: si perde davvero il conto di quanti ce ne sono. La cosa più pregevole è la varietà di foggia e dimensione degli alieni che appaiono su schermo. Si va da robot-mosche a robot-moto passando per il robot-pantera, rivisitazione del Ravage di Soundwave. Il design segue la linea stilistica che ha funzionato bene nel primo film, con alcuni deragliamenti preoccupanti. Jetfire, un robot “vecchio” è rappresentato con barba e bastone, manco stessimo guardando Cars della Pixar. Per fortuna però c’è Devastator. Sì, la sua presenza era stata annunciata fin dall’inizio ma vederlo su schermo è tutta un’altra cosa, soprattutto perché i fanboy si accorgeranno di lui prima della sua apparizione e stenteranno a trattenere un’esclamazione di godimento.
  • Epicità: Michael Bay stavolta ce ne ha messa talmente tanta che ha fatto il giro e è diventata scontanta. Ci sono più tramonti qui che in qualsiasi altro suo film (notoriamente composti per il 50% da tramonti), i militari grondanti patriottismo sono ovunque e l’ambientazione egizia fa il resto regalando maestosi paesaggi immersi nella luce del tramonto - ovviamente. E poi OGNI volta che Command… ahem, Optimus Prime si trasforma si sente una musica epica. Ogni volta.
  • Combattimenti: se già nel primo film alcuni scontri erano epocali (Starscream contro i caccia e Optimus contro Bonecrusher) qui il tasso di spettacolarità schizza alle stelle. Si comincia con il combattimento/inseguimento che apre il film e si finisce con una royal rumble di 30 minuti. E in mezzo c’è lo scontro Optimus Prime vs 6 Decepticon che lascia a bocca aperta per tutta la sua durata.
  • Cazzate: qui si va oltre il livello di guardia, e il personaggio di John Turturro lo esemplifica alla perfezione. Nel primo film Turturro interpretava un militare pasticcione, le cui battute divertenti bilanciavano un ruolo inizialmente negativo. Qui invece è semplicemente diventato una caricatura, arrivando a sembrare il protagonista di un qualunque film comico demenziale. E tutti sappiamo bene che non si escherza con Jesus.

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Placebo - Battle For The Sun

⊆ Giugno 22nd, 2009 by Paolo | ˜ No Comments »

Questo disco è brezza, d’una leggerezza piacevolmente fresca ma pericolosamente inconsistente. Le canzoni dei Placebo non sono mai state così vicine ad essere delle canzonette, carine, orecchiabili, cantabili, e basta. Comunque sempre meglio questo che inaridirsi sulle soluzioni ormai fiacche intraviste nel precedente “Meds”.

I Placebo non hanno mai avuto bisogno di creare un sound personale, avendolo trovato già al primo colpo con il debutto omonimo. Da allora il percorso di Brian Molko si è diramato in direzioni che hanno cercato di esplorare tutte le dimensioni di quel panorama sonoro, dall’introversione depressiva di “Whitout You I’m Nothing” ai chiaroscuri di “Sleeping With Ghosts”. Parliamo comunque di sfumature più che di rivoluzioni, ed è per questo che “Battle For The Sun” segna il più grosso salto finora compiuto dai Placebo.

Il mood è, per la prima volta, apparentemente positivo. Sono sparite le ballad, i testi si sono parzialmente svincolati dall’ossessivo pessimismo e David Bottrill ha pulito i suoni epurando ogni riverbero d’oscurità . Prendiamo ad esempio “Ashtray Hearth”: è la canzone più vicina al sound tipico dei Placebo ma è resa più luminosa da coretti allegri ed effetti di synth, ormai divenuti imprescindibili nell’economia degli arrangiamenti. Altri episodi fanno invece intravedere elementi del tutto nuovi, a cominciare dal singolo “For What It’s Worth”, passando per la cadenzata title-track fino alle divagazioni disco-dance di “Julien”.

Tra sicure hit ed immancabili filler, tutto sembra funzionare abbastanza bene e Steve Forrest si dimostra un ottimo sostituto dello storico batterista Steve Hewitt, giovando non solo all’immagine della band. Tutte queste belle cose rischiano però di non lasciare segni, rivelando come sotto il gusto fresco e quasi solare si nasconda un’insapore neutralità emozionale.

Articolo pubblicato su Loudvision


Intervista a Devin Townsend

⊆ Giugno 15th, 2009 by Paolo | ˜ No Comments »

Un nuovo progetto, un nuovo taglio di capelli e un nuovo album. Devin Townsend ci ripensa e torna a stupire dopo la discutibile trovata dei burattini di “Ziltoid” e lo fa con “Ki”, il primo di 4 album dal sound insolito persino per uno che all’insolito ci aveva ormai abituato. E pensare che il prossimo disco sarà quasi pop…

Ciao Deivn, mi spieghi cos’è successo tra “abbandono la scena musicale” e “sono tornato con un nuovo progetto e 4 album”?
Ero arrivato a un punto in cui mi sono reso conto che gran parte della mia esitazione nell’esibirmi e nel rilasciare interviste era causata più da una mancaza di autocontrollo che da un effettivo calo del desiderio di fare musica. Negli ultimi 3 anni sono riuscito in qualche modo a riprendere il controllo di me stesso e ho riscoperto le mie motivazioni.

Hai in programma 4 nuovi dischi: 1 intimista, 1 divertente, 1 metal e 1 ambient. Perché invece non hai provato a fare un unico album che fosse al tempo stesso intimista, divertente, metal e ambient? Non la vedo una cosa impossibile, per te.
Infatti credo che questo sia il mio obiettivo dopo i primi 4 album. Ho pensato che per ora fosse meglio tenere i vari sound separati per definire meglio ogni dettaglio in vista della creazione di un sound completamente nuovo.

“Ki” trabocca delle più disparate influenze. Quali saranno i punti di riferimento principali del prossimo album, “Addicted”? Dalle anticipazioni che lo definiscono come disco di metal cazzone mi aspetterei una cosa tipo Punky Brüster (che amo particolarmente)…

Mi dispiace deluderti ma sarà molto differente da Punky Brüster… pensa piuttosto a qualcosa tra Ocean Machine e Physicist, molto pesante, carico di groove e pieno di melodia.

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