Monthly Archives: October 2009

Altro che orfana, questa è ‘na fija de ‘na mignotta!

A prima vista “Orphan” potrebbe essere scambiato per il solito horror senza particolari pretese. Una sensazione che viene confermata dalla prima parte del film, che ripropone il classico schema introduttivo “famigliola perfetta con figli adorabili e qualche trauma da superare con l’amore” In questo caso il trauma è un aborto a cui la coppia sceglie di rimediare adottando una bambina.

Quando i due coniugi vanno a scegliere il loro terzogenito in orfanotrofio, tra bambini in festa e sorridenti, la scelta non può che ricadere sull’unica disadattata del gruppo. Esther è infatti una bambina prodigio che dipinge quadri e veste con un gusto decisamente retrò ma anche Totti si accorgerebbe subito che ha qualcosa che non va. Tuttavia la suora dell’orfanotrofio sembra non sospettare nulla e la dà via tranquillamente, mentre uno come minimo si aspetterebbe che facesse festa come in “Piccola Peste”.

A questo punto il film inizia a rivelare la sua vera natura di thriller lineare e con un ritmo sincopato. La tensione strisciante è infatti una componente spesso messa in secondo piano rispetto ai “boo”, usati troppo spesso ma con buoni controtempi. La dodicenne Isabelle Fuhrman entra di diritto nella hall of fame dei “attori bambini inquietanti” grazie a un’interpretazione credibile sia nei dolci sorrisi che negli sguardi assassini. E così tra una marachella e l’altra la diabolica Esther si insinua nella famigliola perfetta seminando discordia in un crescendo che ricorda “La Mano Sulla Culla”, citato in più di un’occasione.

“Orphan” è un thriller godibile nonostante sia sporcato da troppi “boo” che rischiano di banalizzarne la tensione. Peccato perché la storia avrebbe permesso di dare risalto all’inquietudine in modo meno grossolano, facendo maggiormente leva sulla sfera psicologica.

Noia tangibile nell’universo tangente!

“Donnie Darko” è un film di culto, nato nella silenziosa indifferenza e poi fiorito in una moltitudine di comunità sul web, tutte intente a districarne una trama complessa, ricca di dettagli e citazioni. L’inspiegabile attesa di ben 8 anni per vedere un sequel è tristemente spiegata dal sequel stesso: “S. Darko” è un film brutto ed è comprensibile che Richard Kelly si sia pubblicamente dissociato dal lavoro di Chris Fisher.

La storia è incentrata su Samantha Darko, la sorellina di Donnie che è cresciuta con la mente distorta dalla tragica morte del fratello, con il quale condivide sonnambulismo, instabilità mentale e sfiga. La prima parte del film è incentrata su Sam e la sua amica che viaggiano nel deserto nella parte di Thelma e Louise dei poveri, per finire in una piccola comunità dove vivono stereotipi tanto caricaturali che sembrano usciti fuori da “Scary Movie”. C’è il duro-col-cuore-tenero, c’è il nerd occhialuto, il prete con un passato burrascoso e lo scemo del villaggio, un personaggio secondario fondamentale nell’ottica dei viaggi nel tempo. Tu guardi mezz’ora nella quale non succede niente (ma niente davvero) prestando attenzione ai dettagli più insignificanti: ogni frase, oggetto o evento potrebbe essere un elemento chiave che spiegherà il casino spazio-temporale che scoppierà di lì a poco!

La storia va avanti stancamente con dialoghi che oscillano dal nulla assoluto al ridicolo, con punte di assurdo quando i giovani ribelli diventano sboccati parlando di satana, scopare, fica. Uscite che sarebbero potute risultare irriverenti in un episodio di “Dawson’s Creek”, anche se in quel caso a dirle sarebbero stati personaggi più profondi e in un contesto molto più carico di tensione emotiva. Qui tutta la tensione si risolve nelle apparizioni di Sam “del futuro”, un altro dei picchi del film. Immaginatevi questo zombie che è accompagnato da un tuono ogni volta che appare e ogni volta che parla. La prima volta sortisce un misero effetto-boo! ma siccome la cosa si ripete anche 10 volte in un minuto, il risultato finale è piuttosto un effetto-Frau Blücher. Come in “Frankenstein Junior”, ma qui non c’è proprio niente da ridere. Pazienza, siamo a metà film ma riluce ancora una flebile speranza che tutta questa noia possa presto essere riletta alla luce del paradosso temporale che sta per deflagrare!

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I film sui viaggi nel tempo potrebbero essere suddivisi utilizzando 2 criteri: la durata del viaggio e le sue conseguenze. Ad esempio “Terminator” propone un salto temporale di media lunghezza (40 anni) con conseguenze piuttosto semplici (il futuro cambia in modo netto in dipendenza della vita di John Connor). “L’Albero Della Vita” di Aronofsky porta invece tutto all’estremo: viaggi di 1.000 anni e conseguenze talmente complesse da rendere poco comprensibile la trama. Ci sono poi episodi intermedi come “Ritorno Al Futuro” e “L’Esercito Delle 12 Scimmie”.

“Donnie Darko” riduce il viaggio ai minimi termini, portandolo a soli 28 giorni, e mutua proprio dal film di Terry Gilliam la caratteristica del loop. In entrambi i casi, infatti, il tessuto temporale è circolare. Compito di Donnie Darko è quello di interrompere questo circolo e restaurare l’universo così come lo conosciamo. A fronte di un salto tanto breve, le conseguenze danno origine a una trama troppo intricata, e non solo per l’interazione dei protagonisti con le varie realtà. Da un lato le cose sono complicate dall’instabilità mentale di Donnie che, tra allucinazioni e autoerotismo dallo psichiatra, fa dubitare sulla veridicità stessa del viaggio nel tempo. Dall’altra ci si mette anche il montaggio, tagliando parti fondamentali per la comprensione della storia… salvo poi ripescarle nell’edizione Director’s Cut del DVD. Proprio questo aspetto è la pecca maggiore del film, che potrebbe essere evitato perché “non si capisce un cacchio”.

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