Sigur Ros e Buena Vista Social Club. Credo sia difficile immaginare due gruppi più diversi di questi che si sono esibiti sabato e domenica nella Cavea dell’Auditorium di Roma. Eppure c’è un forte legame sull’asse Havana – Reykjavik. Una prossimità nell’esprimere la propria musica che è inversamente proporzionale a quella geografica.

Entrambi i gruppi sono infatti in grado di mettere in scena non un concerto ma il loro mondo. Gli sterminati paesaggi da sogno sono musicati dai Sigur Ros  con la stessa forza con cui le leggende del Buena Vista Social Club insinuano Cuba nel cuore di Roma.

Su Loudvision sono online i report dei Sigur Ros e dei Buena Vista Social Club, mentre qui sotto ho linkato alcuni video. Il vantaggio di essere seduto in prima fila è ampiamente bilanciato dalla scarsa qualità del mio Nokia N70 e dalle mie ancor più scarse capacità di operatore – anche perché pensavo a godermi lo spettacolo piuttosto che a tentare di produrre video decenti.

Un’inezione di sogni endovena

Fondamentalmente questo report è privo di senso. Quando si parla di gruppi come i Sigur Ros – anzi, dei Sigur Ros, perché non esistono altri gruppi come i Sigur Ros – i criteri secondo i quali viene giudicato un concerto si trasfigurano. Tecnica, esecuzione, set list: tutto passa in secondo piano rispetto alle emozioni.
Che senso avrebbe, quindi, cercare di districare questo contorto groviglio emozionale, quando gli stessi Sigur Ros non ci sono riusciti attraverso i loro album? Perché, mai come in questo caso, la già superlativa proposta musicale ascoltabile su cd è elevata ad un piano d’esistenza completamente differente.
Che senso avrebbe raccontare il bagaglio di sogni che questi islandesi vi iniettano direttamente nelle vene fluttuando attraverso la loro discografia? Poco importa se il concerto è durato solo un’ora e mezza ed altrettanto trascurabile è non aver goduto di alcuni brani-simbolo come “Njósnavélin” (conosciuta anche come “Untiteled 4″ dall’album ()), fagocitati dall’ultimo album.
Come potrei trasmettervi il vibrare della carne all’unisono con gli archi delle Amiina? Oppure coinvolgervi nell’infantile meraviglia che si è dipinta sui volti all’ingresso della banda di fiati, evocata sul palco per sostanziare la ricchezza di arrangiamenti di “Með Suð Í Eyrum Við Spilum Endalaust”?
Avrebbe senso descrivervi l’umore che prova ad infrangere gli occhi quando la band sale sul palco e tesse le trame di “Svefn-G-Englar”? Non credo. E credo che nessuno dei numerosi presenti all’Auditorium (sold out, ovviamente) ci riuscirebbe. O forse ci riuscirebbe Lucio Dalla, che era seduto dietro di me. Chissà.
“Sogno” è l’unica parola che potrebbe azzardarsi a descrivere una simile esperienza. Un sogno struggente come quello in cui ci trascina “Olsen Olsen”, o un esilarante volo sulle note di “Gobbledigook”, con la banda che suona i tamburi e tutto il pubblico in piedi a battere le mani. Un sogno che non manca di venarsi d’incubo, come nella tempesta emotiva scatenata dall’encore, quando la dolcissima “Hafsol” si sublima in un’apocalisse di archi, ottoni e ricorsive distorsioni.
Neanche i musicisti ci sono d’aiuto nel mantenere un contatto con la realtà. Perché Jónsi non può essere reale, quel folletto post rock che salta da uno strumento all’altro senza sosta – chitarra, tastiere, xilofono, chitarra-suonata-con-arco-di-violino, organo Hammond. E dietro di lui l’esagitato batterista e i più flemmatici ma non meno eterei Kjarri e Goggi, che spesso si scambiano gli strumenti. Una cangiante fania completata dalle apparizioni intermittenti di altri dieci strumentisti.
L’unica cosa che invece si concretizza è la convinzione che i Sigur Ros siano un band unica, sicuramente tra le migliori degli ultimi dieci anni e probabilmente tra le migliori di sempre. Ma di questo non ne sono certo. Per maggiori informazioni chiedete a Lucio Dalla.

 

Cuba capoccia

Un sigaro. Datemi un sigaro. Ammetto di essere stato uno sprovveduto a non portare con me un sigaro da assaporare questa notte. Perché l’unica cosa che mancava a questo evento era un cubano da fumare. A sopperire alla mia mia mancanza ci hanno pensasto i Buena Vista Social Club stessi, con un’esibizione che più di un concerto è una vera e propria festa sinestetica, un continuo fiorire di colori, sapori e calde visioni caraibiche.
Quando questi pezzi di storia della musica cubana viaggiano per il mondo non si portano dietro solo i loro strumenti ma un intero ecosistema che mettono poi magistralmente in scena quando salgono sul palco. Il solo vederli apparire è uno spettacolo unico, perché si assiste a una mutazione prodigiosa: gambe instabili che hanno richiesto l’aiuto di un accompagnatore per camminare si scatenano a ritmo di salsa e vizze mani tremanti iniziano a volare sugli strumenti. In quel momento i cubani smettono di essere vecchi, persone, esseri umani, per diventare semplicemente musica.
E non perdono tempo per mostrare il loro miracolo, presentandosi singolarmente con assoli, come gli altri numerosi che verranno, incastonati alla perfezione nell’estasiante fluire dei paesaggi dipinti dai 13 membri del Club. I brani comprendono sia quelli già proposti su cd come “El Cuarto De Tula”, sia classici come “Guantanamera”, cantata da tutto il pubblico. Non mancano acclamati ammiccamenti all’Italia, come la citazione di “Torna A Surriento” proveniente dalla tromba di Manuel “Guajiro” Mirabal, o la strepitosa versione pianoforte/contrabbasso di “Volare”, ad opera dello strepitoso Rolando Luna e del mitico Orlando “Cachaito” López, lasciati soli sul palco.
In mezzo, tante perle. A cominciare dall’ospite d’onore don Barbarito Torres, che oltre ai funambolici assoli di laud si produce anche in un divertente siparietto con il cantante. Notevole anche il lungo solo di Amadito Valdés, arzillo vecchietto che mantiene fede al suo soprannome di “bacchetta d’oro”. In generale a stupire è la straripante verve che esala da ognuno dei musicisti, che scherzano tra di loro, ridono e ballano durante tutto il concerto. Il pubblico apprezza e qualcuno si alza anche in piedi per ballare. La pioggia, fortunatamente assente, fa la sua timida apparizione soltanto in chiusura, a benedire la Cavea dell’Auditorium che per una sera è diventata territorio cubano. Un sigaro, por favor.

 

VIDEO DEI CONCERTI:

Sigur Ros – Svefn-G-Englar

Sigur Ros – Sé lest

L’arrivo dei Buena Vista Social Club

Buena Vista Social Club – Volare

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