KoRnIl Rock In Roma della scorsa estate mi ha regalato l’incontro con un’altra band della mia adolescenza. Ma, a differenza di come accaduto per Fear Factory e Slipknot, i Korn mi hanno intrattenuto senza esaltarmi. Parliamoci chiaro, un concerto che inizia con “Blind” non può che essere uno spettacolo glorioso. Eppure lo show che i Korn hanno tenuto al Rock In Roma serbava qualche ombra, neanche tanto nascosta tra tutta quella luce. Ma andiamo con ordine.

L’inizio della serata è affidato agli Extrema, che con la loro lunga esperienza di scaldapubblico riescono a sgranchire le gambe di una folla ancora troppo esigua e sparsa per dirsi folla. Canzone dopo canzone, urlo perottiano dopo urlo perottiano, l’audience si raccoglie sotto il palco e, quando arrivano gli Stillwell si ritrovano il lavoro già fatto. Il rapper Q-Unique ha una buona presenza scenica e una voce interessante, specie nelle parti più melodiche. Fieldy alla chitarra e il batterista dei P.O.D. fanno il loro dovere e il pubblico salta anche troppo per non aver mai sentito una loro canzone. Sorvoliamo misericordiosamente sull’improbabile dj set di un nano coi capelli lunghi che fa cantare il pubblico con le canzoncine metal, diremo soltanto che “Chop Suey” ha raccolto molte più urla di “Walk”, diremo anche giustamente.

Il cambio di palco è più lungo del previsto e qualche autoctono particolarmente impaziente urla “ao, domani devo annà a lavorare, mica so na rocchestarre io!“. Le vere rocchestarre sembrano averlo sentito e salgono sul palco attaccando proprio con il loro singolone storico. Il pubblico è una Murcielago che accelera da 0 a 100 in 3 secondi netti. Tra “Shoots And Ladders” e “Ball Tongue” trovano spazio anche pezzi nuovi, come “Right Now”, “Twisted Transistor” e “Did My Time” ma l’impressione è che il concerto sia incentrato sulla produzione Anni ’90. Arrivano anche “Freak On A Leash” e “Got The Life”, prevedibilmente rallentate rispetto alla versione su disco, inaspettatamente spompate. Ottime invece le versioni di “Falling Away From Me” e “It’s On”, mentre “4U” fa tirare il fiato al pubblico e prendere un po’ di applausi a Jon con la sua cornamusa.

La formazione 3+3 funziona benissimo, Ray Luzier impressiona alla batteria e si concede anche un assolo su “Somebody Someone”, non facendo rimpiangere Dave Silveria almeno quanto la bionda assistente di palco non faccia rimpiangere sua sorella. Ci sono altri momenti di pausa come la gracchiata “Alone I Break” e un intermezzo strumentale dedicato ai Pink Floyd. Discutibile la scelta di relegare canzoni pregiate al medley servito nel bis. Così pezzi come “Y’All Want a Single”, ”Coming Undone”, ”Make Me Bad” (adesso il testo è “I feel the semen as it’s leaving me”, aggiornatevi!) e “Faget” sono compresse in spezzoni da mezzo minuto. Come guardare le scene migliori di un film con il fast forward - e senza neanche citare “A.D.I.D.A.S.”, meledette rocchestarre!

Articolo pubblicato su Loudvision.

sua tamarragine Zakk WyldeLa scorsa estate Zakk Wylde ha dato spettacolo al Rock In Roma con un concerto tamarrissimo e divertente come da aspettative. Ecco com’è andata.

Zakk Wylde trasforma in tamarro tutto quello che tocca, dal southern rock alla cultura dei nativi americani, e solo la scarsa affluenza di pubblico ha evitato che l’Ippodromo Capannelle stasera si trasformasse in un motoraduno di harleysti ubriachi che si scazzottano sorridenti nella polvere.

Per dare tempo ai Romani di tornare dalle affollate spiaggie di Ostia, gli Archer ritardano di mezz’ora l’apertura dello show, un ottimo riscaldamento prima dei Black Label Society. Il giovane trio di Santa Cruz propone un heavy/thrash che i capelloni coi gilet di jeans definirebbero, facendo le cornine, vecchia scuola e che effettivamente negli anni ’80 sarebbe passato inosservato, tanto è canonico. Per fortuna c’è tantissima gente col gilet di jeans che apprezza e poga.

Quando il telone nero che aveva coperto il palco cade, urla di sorpresa ammirazione devozione accolgono Zakk Wylde con il copricapo indiano, look appropriato per l’opener “Crazy Horse”. Come gli altri pezzi tratti dall’ultimo “Order Of The Black” la resa live è strepitosa, che si tratti dell’anthemica “Overlord” o della ballad con piano “Darkest Days”. Wylde e la sua banda di beoni sono in gran forma e infilano nella scaletta tutti i loro successi, che il pubblico accompagna con voce e collo. Ci sono le canzoni più spaccone come “Concrete Jungle”, “Born To Lose” e “Suicide Messiah” e quelle più “accomodatevi sulla sedia a dondolo e accendete la pipa di pannocchia” come “The Blessed Hellride”, c’è “Bleed For Me” cantata da TUTTI e “Fire It Up” che introduce l’assolo di Zakk: 15 minuti di fast e chicken picking che ipnotizzano il pubblico fino a “Stillborn”, che l’ha mandato a casa sfinito e contento.

Articolo pubblicato su Loudvision.

 

The Tomorrow Series – Il Domani Che VerràStuart Beattie lascia perdere i pirati dei Caraibi e mette le mani su un altro franchise potenzialmente redditizio, la serie di racconti del suo connazionale John Marsden. Un gruppo digiovani stereotipi (la solita comitiva americana: il figo, la bionda scema, Vin Diesel coi capelli lunghi, ecc.torna dal campeggio e scopre che l’Australia è stata invasa da un esercito nemico. Invece di tornarsene saggiamente fra le montagne a procreare la nuova generazione di australiani facendo all’amore indisturbati, i mentecatti decidono di fare alla guerra.

 

Le meccaniche ricordano quelle di un teen horror, la prospettiva quella di “Signs “senza la pretenziosità di Shyamalan (e senza Mel Gibson). Il risultato è un film con un buon ritmo, tante esplosioni e grandi cazzate – non si vedeva un camion della monnezza protagonista di una scena d’azione dai tempi delle rivolte nelle discariche napoletane.

 

“Il Domani Che Verrà” (che non è una canzone di Lucio Dalla ma l’adattamento ignobilmente rassicurante del titolo del libro “La Guerra Che Verrà – When the War Began” in originale) è un onesto action movie che adempie al suo dovere principale: introdurre il mondo delle Tomorrow Series. La sospensione dell’incredulità a volte oltrepassa il confine del WTF ma alla fine va bene così. Il voto sale di almeno un punto se lo vedete in originale, grazie all’effetto comico assicurato dall’accento australiano.

 

Articolo pubblicato su Loudvision.

 

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