La scorsa estate Zakk Wylde ha dato spettacolo al Rock In Roma con un concerto tamarrissimo e divertente come da aspettative. Ecco com’è andata.
Zakk Wylde trasforma in tamarro tutto quello che tocca, dal southern rock alla cultura dei nativi americani, e solo la scarsa affluenza di pubblico ha evitato che l’Ippodromo Capannelle stasera si trasformasse in un motoraduno di harleysti ubriachi che si scazzottano sorridenti nella polvere.
Per dare tempo ai Romani di tornare dalle affollate spiaggie di Ostia, gli Archer ritardano di mezz’ora l’apertura dello show, un ottimo riscaldamento prima dei Black Label Society. Il giovane trio di Santa Cruz propone un heavy/thrash che i capelloni coi gilet di jeans definirebbero, facendo le cornine, vecchia scuola e che effettivamente negli anni ’80 sarebbe passato inosservato, tanto è canonico. Per fortuna c’è tantissima gente col gilet di jeans che apprezza e poga.
Quando il telone nero che aveva coperto il palco cade, urla di sorpresa ammirazione devozione accolgono Zakk Wylde con il copricapo indiano, look appropriato per l’opener “Crazy Horse”. Come gli altri pezzi tratti dall’ultimo “Order Of The Black” la resa live è strepitosa, che si tratti dell’anthemica “Overlord” o della ballad con piano “Darkest Days”. Wylde e la sua banda di beoni sono in gran forma e infilano nella scaletta tutti i loro successi, che il pubblico accompagna con voce e collo. Ci sono le canzoni più spaccone come “Concrete Jungle”, “Born To Lose” e “Suicide Messiah” e quelle più “accomodatevi sulla sedia a dondolo e accendete la pipa di pannocchia” come “The Blessed Hellride”, c’è “Bleed For Me” cantata da TUTTI e “Fire It Up” che introduce l’assolo di Zakk: 15 minuti di fast e chicken picking che ipnotizzano il pubblico fino a “Stillborn”, che l’ha mandato a casa sfinito e contento.
Stuart Beattie lascia perdere i pirati dei Caraibi e mette le mani su un altro franchise potenzialmente redditizio, la serie di racconti del suo connazionale John Marsden. Un gruppo digiovani stereotipi (la solita comitiva americana: il figo, la bionda scema, Vin Diesel coi capelli lunghi, ecc.torna dal campeggio e scopre che l’Australia è stata invasa da un esercito nemico. Invece di tornarsene saggiamente fra le montagne a procreare la nuova generazione di australiani facendo all’amore indisturbati, i mentecatti decidono di fare alla guerra.
Le meccaniche ricordano quelle di un teen horror, la prospettiva quella di “Signs “senza la pretenziosità di Shyamalan (e senza Mel Gibson). Il risultato è un film con un buon ritmo, tante esplosioni e grandi cazzate – non si vedeva un camion della monnezza protagonista di una scena d’azione dai tempi delle rivolte nelle discariche napoletane.
“Il Domani Che Verrà” (che non è una canzone di Lucio Dalla ma l’adattamento ignobilmente rassicurante del titolo del libro “La Guerra Che Verrà – When the War Began” in originale) è un onesto action movie che adempie al suo dovere principale: introdurre il mondo delle Tomorrow Series. La sospensione dell’incredulità a volte oltrepassa il confine del WTF ma alla fine va bene così. Il voto sale di almeno un punto se lo vedete in originale, grazie all’effetto comico assicurato dall’accento australiano.
Articolo pubblicato su Loudvision.
Il concerto che Capossela ha messo in scena lo scorso Luglio è stato senza dubbio il migliore a cui abbia assistito nel 2011. Nell’articolo che segue vi spiego perché.
A Vinicio non piacciono le gocce. Il poeta barbuto non ama, adesso, le cose che penetrano l’anima con movimenti impercettibili ma preferisce le imponenti maree di emozioni che saturano i sensi e spalancano la bocca. Per questo l’Auditorium è trasformato nel ventre di un leviatano emerso da “Marinai, Profeti e Balene”, il suo ultimo album che sarà riprodotto quasi per intero in 3 intense ore di concerto.
La ciurma di bizzarri polistrumentisti è racchiusa in uno scrigno d’ossa che si chiudono a gabbia nei momenti più oscuri come “Il Grande Leviatano” e “I Fuochi Fatui”, si aprono come uno scheletrico fiore per dar luce alla poesia di “Le Pleiadi” e si gonfiano e si sgonfiano come il mare e come il nostro cuore, che canta le piratesche “Billy Budd” e “Lord Jim”.
Vinicio è il capitano i cui versi trainano questo essere mitologico metà cetaceo metà galeone tra i flutti travolgenti delle nostre emozioni, che come le onde le vedi arrivare ma non per questo ti colpiscono con minor forza e sorpresa. Sul palco si alternano molti dei musicisti che hanno partecipato all’ultima opera di Capossela: il Coro degli Apocrifi è uno spettro che aleggia sottocoperta, le Sorelle Marinetti sono le spensierate sirene di “Pryntyl”, e il lirista cretese Psarantonis è il profeta che ci indica una rotta non sempre esatta ma sempre degna d’esser seguita.
Cambiano le luci, cambiano i costumi, i musicisti e l’atmosfera che si fa intima e nera come l’abisso di “Polpo D’Amor” o solare ed esotica come “Calipso”. Ogni tanto si aprono spiragli da altre realtà, da cui emerge il rossore di una Troia in fiamme, le coinvolgenti marcette di “Dalla Parte Di Spessotto” e “L’Uomo Vivo” e sapori rassicuranti come “Che Cos’è L’Amor”. Un viaggio che ci porta alla deriva cullandoci nella tempesta, tanto che il naufragar è atroce quando raggiungiamo la riva, trovandovi Vinicio e il suo pianoforte che ci salutano con il canto delle sirene. Ci pare anche di scorgere lacrime sul volto del Capitano. Forse non è del tutto vero che non gli piacciono le gocce.
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