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Marinai, Profeti e BaleneIl concerto che Capossela ha messo in scena lo scorso Luglio è stato senza dubbio il migliore a cui abbia assistito nel 2011. Nell’articolo che segue vi spiego perché.

A Vinicio non piacciono le gocce. Il poeta barbuto non ama, adesso, le cose che penetrano l’anima con movimenti impercettibili ma preferisce le imponenti maree di emozioni che saturano i sensi e spalancano la bocca. Per questo l’Auditorium è trasformato nel ventre di un leviatano emerso da “Marinai, Profeti e Balene”, il suo ultimo album che sarà riprodotto quasi per intero in 3 intense ore di concerto.
La ciurma di bizzarri polistrumentisti è racchiusa in uno scrigno d’ossa che si chiudono a gabbia nei momenti più oscuri come “Il Grande Leviatano” e “I Fuochi Fatui”, si aprono come uno scheletrico fiore per dar luce alla poesia di “Le Pleiadi” e si gonfiano e si sgonfiano come il mare e come il nostro cuore, che canta le piratesche “Billy Budd” e “Lord Jim”.

Vinicio è il capitano i cui versi trainano questo essere mitologico metà cetaceo metà galeone tra i flutti travolgenti delle nostre emozioni, che come le onde le vedi arrivare ma non per questo ti colpiscono con minor forza e sorpresa. Sul palco si alternano molti dei musicisti che hanno partecipato all’ultima opera di Capossela: il Coro degli Apocrifi è uno spettro che aleggia sottocoperta, le Sorelle Marinetti sono le spensierate sirene di “Pryntyl”, e il lirista cretese Psarantonis è il profeta che ci indica una rotta non sempre esatta ma sempre degna d’esser seguita.

Cambiano le luci, cambiano i costumi, i musicisti e l’atmosfera che si fa intima e nera come l’abisso di “Polpo D’Amor” o solare ed esotica come “Calipso”. Ogni tanto si aprono spiragli da altre realtà, da cui emerge il rossore di una Troia in fiamme, le coinvolgenti marcette di “Dalla Parte Di Spessotto” e “L’Uomo Vivo” e sapori rassicuranti come “Che Cos’è L’Amor”. Un viaggio che ci porta alla deriva cullandoci nella tempesta, tanto che il naufragar è atroce quando raggiungiamo la riva, trovandovi Vinicio e il suo pianoforte che ci salutano con il canto delle sirene. Ci pare anche di scorgere lacrime sul volto del Capitano. Forse non è del tutto vero che non gli piacciono le gocce.

Articolo pubblicato su Loudvision.

Questo disco è brezza, d’una leggerezza piacevolmente fresca ma pericolosamente inconsistente. Le canzoni dei Placebo non sono mai state così vicine ad essere delle canzonette, carine, orecchiabili, cantabili, e basta. Comunque sempre meglio questo che inaridirsi sulle soluzioni ormai fiacche intraviste nel precedente “Meds”.

I Placebo non hanno mai avuto bisogno di creare un sound personale, avendolo trovato già al primo colpo con il debutto omonimo. Da allora il percorso di Brian Molko si è diramato in direzioni che hanno cercato di esplorare tutte le dimensioni di quel panorama sonoro, dall’introversione depressiva di “Whitout You I’m Nothing” ai chiaroscuri di “Sleeping With Ghosts”. Parliamo comunque di sfumature più che di rivoluzioni, ed è per questo che “Battle For The Sun” segna il più grosso salto finora compiuto dai Placebo.

 

Il mood è, per la prima volta, apparentemente positivo. Sono sparite le ballad, i testi si sono parzialmente svincolati dall’ossessivo pessimismo e David Bottrill ha pulito i suoni epurando ogni riverbero d’oscurità . Prendiamo ad esempio “Ashtray Hearth”: è la canzone più vicina al sound tipico dei Placebo ma è resa più luminosa da coretti allegri ed effetti di synth, ormai divenuti imprescindibili nell’economia degli arrangiamenti. Altri episodi fanno invece intravedere elementi del tutto nuovi, a cominciare dal singolo “For What It’s Worth”, passando per la cadenzata title-track fino alle divagazioni disco-dance di “Julien”.

Tra sicure hit ed immancabili filler, tutto sembra funzionare abbastanza bene e Steve Forrest si dimostra un ottimo sostituto dello storico batterista Steve Hewitt, giovando non solo all’immagine della band. Tutte queste belle cose rischiano però di non lasciare segni, rivelando come sotto il gusto fresco e quasi solare si nasconda un’insapore neutralità emozionale.

Articolo pubblicato su Loudvision

BRUTAL TRUTH: Evolution Through Revolution

Potreste avere solo 5 motivi per non amare quest’album:

1) non vi piace il grind, e questo disco è grind allo stato dell’arte –> questione di gusti;
2) odiate Dan Lilker e tutto quello che fa e non comprereste mai un suo disco, che sia dei Brutal Truth, Nuclear Assault o S.O.D. non fa differenza –> provate a dargli una seconda possibilità: è un brav’uomo e ha fatto la storia del grind;
3) credete sia un disco moderno, ma non è vero perché l’attitudine è quella selvaggia e fuori controllo dei bei vecchi tempi —> equivoco chiarito;
4) credete sia un disco old style, ma non è vero perché la produzione è pulita al punto giusto da far capire cosa stanno suonando senza snaturarlo —> equivoco chiarito;
5) non vi piacciono le reunion e il fatto che i Brutal Truth siano tornati insieme dopo 10 anni vi puzza un po’ —> siete fessi.

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