La Talpa
è come il mare: delle tante cose che si muovono sotto la superficie, affiorano solo innocue onde. Lo stile con cui Alfredson reinterpreta il romanzo di John le Carré passa attraverso gli eventi sfiorandoli appena, costruendo brandelli di personaggi solo per lasciarseli dietro, evitando con cura di evidenziare i colpi di scena. La caccia alla talpa infiltrata nei servizi segreti inglesi manca di tensione, e neanche gli intensi silenzi di Gary Oldman riescono a ravvivare. Il risultato è un’esperienza che chiede troppo allo spettatore per essere resa coinvolgente.
Siamo difronte a una spy story solida che poggia su una prova attoriale intensa e convincente. Il punto debole del film potrebbe facilmente rivelarsi la sua monotonia cercata, costruita e ottenuta. Guardatelo con la giusta predisposizione.
Articolo pubblicato su Loudvision.
Stuart Beattie lascia perdere i pirati dei Caraibi e mette le mani su un altro franchise potenzialmente redditizio, la serie di racconti del suo connazionale John Marsden. Un gruppo digiovani stereotipi (la solita comitiva americana: il figo, la bionda scema, Vin Diesel coi capelli lunghi, ecc.torna dal campeggio e scopre che l’Australia è stata invasa da un esercito nemico. Invece di tornarsene saggiamente fra le montagne a procreare la nuova generazione di australiani facendo all’amore indisturbati, i mentecatti decidono di fare alla guerra.
Le meccaniche ricordano quelle di un teen horror, la prospettiva quella di “Signs “senza la pretenziosità di Shyamalan (e senza Mel Gibson). Il risultato è un film con un buon ritmo, tante esplosioni e grandi cazzate – non si vedeva un camion della monnezza protagonista di una scena d’azione dai tempi delle rivolte nelle discariche napoletane.
“Il Domani Che Verrà” (che non è una canzone di Lucio Dalla ma l’adattamento ignobilmente rassicurante del titolo del libro “La Guerra Che Verrà – When the War Began” in originale) è un onesto action movie che adempie al suo dovere principale: introdurre il mondo delle Tomorrow Series. La sospensione dell’incredulità a volte oltrepassa il confine del WTF ma alla fine va bene così. Il voto sale di almeno un punto se lo vedete in originale, grazie all’effetto comico assicurato dall’accento australiano.
Articolo pubblicato su Loudvision.
Sherlock Holmes è stato un bel colpo per Guy Ritchie, che ha saputo rendere moderno, divertente e più d’ogni altra cosa figo l’investigatore più famoso della storia senza snaturarlo eccessivamente. La formula battute, mazzate e deduzioni ha riscosso successo e danari, per cui è stata prevedibilmente ripetuta con la classica filosofia del more of the same. Ecco perché in questo film ci sono più battute, più mazzate e più deduzioni. E soprattutto c’è tantissimo slow motion. Robert Downey Jr e Jude Law, magnifici come sempre, si muovono perfettamente in un’avventura dal ritmo perfetto e col solo difetto di non essere autoconclusiva.
Chi ha apprezzato il primo capitolo diretto da Ritchie non resterà deluso da “Gioco di Ombre”. Chi invece si aspettava qualche novità dovrà accontentarsi dell’ingresso in scena del professor Moriarty, nemesi di Holmes e perfetto nel creare una costante sensazione di strisciante tensione.
Articolo pubblicato su Loudvision
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