interview

Valerio Massimo Manfredi

Valerio Massimo Manfredi illumina un presente fatto di crisi economica e politica con la luce di un passato che ci ricorda quanto grandi possono essere gli Italiani. Ma sarà questa luce sufficiente a diradare le foschie di un futuro sempre più distante.

Quella del romanziere è solo una tra le tante attività che svolgi. Che influenza può avere una dipendenza troppo stretta tra l’opera di un artista e il suo guadagno?

Pessima, secondo me. Se uno pensa ai soldi come fa a provare emozioni e a comunicarle? Come fa a vivere ideali e avventure sempre consapevole di mentire e di star pensando ad altro? È chiaro che il successo della propria opera non può che fare piacere e che la disponibilità economica è un vantaggio per chiunque: ma io ero contentissimo anche quando ero uno sconosciuto professorino di liceo: dei miei amici, delle mie ragazze, delle mie avventure in giro per il mondo, libero come l’aria, forte come un toro.

Come giudichi a distribuzione dei contenuti in formato digitale? I tuoi libri sono disponibili in formato ebook?

Non so ancora. So che nei paesi anglosassoni il mercato digitale degli ebook copre già il 30% ma da noi siamo ancora allo 0. A me comunque piace di più leggere un libro di carta. Quello che mi entusiasma invece è consultare le riviste scientifiche e le pubblicazioni accademiche standomene comodamente nel mio studio davanti al computer. È impagabile. Si risparmia un sacco di tempo.
Io in digitale ho solo la mia trilogia di Alessandro: è interessante perché ci sono le mappe, gli schemi delle battaglie, animazioni però in forma e quantità contenuta. Né io né l’editore volevamo che diventasse un videogioco

Sei reduce dall’esperienza del festival “Capri, Hollywood” e il tuo rapporto con cinema e televisione si sta facendo sempre più stretto. Cosa si prova a vedere le proprie storie raccontante da altri autori? Cosa comporta sostituire l’immaginazione del lettore (che potremmo dire costruita) con la rappresentazione su schermo (che potremmo dire subita)?

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Per conoscere un territorio bisogna esplorarlo, viverlo in prima persona, viaggiare per confrontarlo con altri territori. In questo percorso, avere una buona guida è fondamentale. Per questo abbiamo scelto di addentrarci nelle terre selvagge della scena indipendente seguendo Enrico Veronese, uno degli esploratori più esperti, nel tempo libero giornalista e padre di ItalianEmbassyEnver allo stadio. Abbiamo così potuto guardare l’indie da nuove prospettive e viaggiare attraverso questa cultura cogliendone sfumature inattese e panorami in bilico tra il reale e il possibile. Buon viaggio.

Come pochi altri generi musicali (chi ha detto Grunge?), l’Indie fissa le coordinate di un’attitudine piuttosto che di un sound. Quali sono secondo te gli elementi comuni a tutte le band racchiuse in questa categoria?

La premessa è un fraintendimento: l’indie non è una categoria. Non è come il pop, il jazz, il noise e così via. Raggruppa tutte produzioni di fonte non-major (e le major sono quattro, più le associate), quindi tutto e il contrario di tutto. Bon Iver, Junior Boys, Vaccines, TV On The Radio, Belle And Sebastian sono tutti considerati “indie” pur nell’assoluta differenza di genere. Detto questo, posso dire che “indie” sono quegli artisti che, pur non avendo come obiettivo di farne una professione, curano la musica in maniera professionale come applicazione e motivo d’esistenza. Indie sono coloro che si sanno ben muovere su internet, senza fare spam ma coltivando relazioni utili a uscire dal guscio. Indie sono coloro che non amano in alcun modo la plastica commerciale che continua ad andare per la maggiore. Indie, infine e soprattutto, possono essere definiti coloro che sono attenti alle cose musicali che li circondano nel mondo, al tempo presente e con spirito plurale, di modo da essere al passo coi tempi, con la vocazione degli ascoltatori, con il costume e i contenuti giudicati freschi e degni di essere rappresentati qui e ora.

C’è una barzelletta che spiega perfettamente un atteggiamento diffuso tra gli ascoltatori indie: “why did the hipster get burned by his coffee? Because he drank it before it was cool“. Come giudichi questo fondamentalismo anti-mainstream? Il successo può effettivamente pregiudicare l’indipendenza di un artista?

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'o RaizSi è separato dagli Almamegretta ma ci suona ancora assieme. Ha collaborato con artisti di tutto il mondo ma si sente ancora immaturo. Guardiamo nella sfaccettata personalità di Raiz e nel suo ultimo album “YA!”, che ne è un riflesso fedele.

In “Ya” c’è molto Mediterraneo ma c’è soprattutto molto Raiz. In che modo queste componenti si mischiano nelle tue mani quando crei la musica?
Mi sento un cittadino del mondo, raccolgo impressioni e sensazioni in tutti i posti che mi capita di visitare. Poi passo tutto nel mixer della mia sensibilità ed ecco fatto!

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