Per conoscere un territorio bisogna esplorarlo, viverlo in prima persona, viaggiare per confrontarlo con altri territori. In questo percorso, avere una buona guida è fondamentale. Per questo abbiamo scelto di addentrarci nelle terre selvagge della scena indipendente seguendo Enrico Veronese, uno degli esploratori più esperti, nel tempo libero giornalista e padre di ItalianEmbassy
. Abbiamo così potuto guardare l’indie da nuove prospettive e viaggiare attraverso questa cultura cogliendone sfumature inattese e panorami in bilico tra il reale e il possibile. Buon viaggio.
Come pochi altri generi musicali (chi ha detto Grunge?), l’Indie fissa le coordinate di un’attitudine piuttosto che di un sound. Quali sono secondo te gli elementi comuni a tutte le band racchiuse in questa categoria?
La premessa è un fraintendimento: l’indie non è una categoria. Non è come il pop, il jazz, il noise e così via. Raggruppa tutte produzioni di fonte non-major (e le major sono quattro, più le associate), quindi tutto e il contrario di tutto. Bon Iver, Junior Boys, Vaccines, TV On The Radio, Belle And Sebastian sono tutti considerati “indie” pur nell’assoluta differenza di genere. Detto questo, posso dire che “indie” sono quegli artisti che, pur non avendo come obiettivo di farne una professione, curano la musica in maniera professionale come applicazione e motivo d’esistenza. Indie sono coloro che si sanno ben muovere su internet, senza fare spam ma coltivando relazioni utili a uscire dal guscio. Indie sono coloro che non amano in alcun modo la plastica commerciale che continua ad andare per la maggiore. Indie, infine e soprattutto, possono essere definiti coloro che sono attenti alle cose musicali che li circondano nel mondo, al tempo presente e con spirito plurale, di modo da essere al passo coi tempi, con la vocazione degli ascoltatori, con il costume e i contenuti giudicati freschi e degni di essere rappresentati qui e ora.
C’è una barzelletta che spiega perfettamente un atteggiamento diffuso tra gli ascoltatori indie: “why did the hipster get burned by his coffee? Because he drank it before it was cool“. Come giudichi questo fondamentalismo anti-mainstream? Il successo può effettivamente pregiudicare l’indipendenza di un artista?
Quando i Morbid Angel iniziarono a scrivere “Illud Divinum Insanus” sapevano benissimo di poter vincere facile. Otto anni di silenzio e il ritorno del cantante storico avrebbero riempito gli occhi dei fan di lacrime di gioia, impedendogli di vedere l’effettiva qualità del prodotto e l’assenza dell’infortunato Sandoval. Sarebbe perfino bastato rifare “Heretic”. Invece Trey e amici hanno scelto la strada difficile, tirando fuori un sound inedito pieno di robaccia industrial e causa del vomito che a sorpresa è colato dalla bocca dei fan al posto della bava. Ma questo disco merita davvero il bollino “you’re doing it wrong”?
Si è separato dagli Almamegretta ma ci suona ancora assieme. Ha collaborato con artisti di tutto il mondo ma si sente ancora immaturo. Guardiamo nella sfaccettata personalità di Raiz e nel suo ultimo album “YA!”, che ne è un riflesso fedele.
In “Ya” c’è molto Mediterraneo ma c’è soprattutto molto Raiz. In che modo queste componenti si mischiano nelle tue mani quando crei la musica?
Mi sento un cittadino del mondo, raccolgo impressioni e sensazioni in tutti i posti che mi capita di visitare. Poi passo tutto nel mixer della mia sensibilità ed ecco fatto!
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